MIA15 - Vincitore   La libertà non è gratis: sostieni questo progetto contribuendo ad a/simmetrie.
Puoi anche destinarci il 5x1000 (CF 97758590588): non ti costa nulla, e qui ti spieghiamo come fare.

martedì 6 dicembre 2016

La semplice economia del referendum

Chicco Testa, dopo aver detto che bisognava votare sì (immagino per non votare come quei razzisti dei leghisti), a spoglio ultimato ha implicitamente detto se avete votato no è perché siete terroni:


(salvo poi cancellare il tweet, da vero Riccardo Cuor di Leone da Tastiera; ma ci ha pensato un regazzetto sveglio...).

Rettifica: mi dicono che il tweet è ancora lì, oggetto di esegesi alquanto interessanti. Se vi va, andate a vedere. Grim è stato bloccato...

D'altra parte, si sa, è del piddino non solo il sapere di sapere, ma anche il ritenersi legibus solutus: quello che detto da altri sarebbe hate speech, detto da lui è contenuta espressione di una giusta passione civile, quello che detto da altri sarebbe insinuazione razzista, detto da lui è fine analisi sociologica.

Ne propongo una alternativa, che mi arriva da una persona familiar with the matter e che stimo molto. A me risulta che abbiano votato no i (giovani) disoccupati, e questo è anche quello che dicono i dati:

Mi sembra un ottimo esempio della differenza fra correlazione e causazione. Indubbiamente il "no" ha prevalso al sud, ma il problema non è etnico: direi piuttosto che è macroeconomico. Quanto due variabili y (il voto) e x (la terronitas) si muovono insieme, la colpa potrebbe essere di una terza variabile z (la disoccupazione). Questo, almeno, era scritto nel manuale dove studiai e col quale insegnai econometria.

Stando così le cose, mi sembra evidente che il referendum, come ho sempre detto, è stato sulla Bce (che ha perso), piuttosto che su Renzi (che non ha vinto). Prima che qualche altro intellettuale organico si addentri in categorie che non gli appartengono, magari dicendo che la mia analisi non vale niente, perché l'euro è solo una moneta e se al sud non lavorano è perché non hanno voglia di lavorare (o consimili analisi da bar), quindi è la terronitas a causare la disoccupazione (e il conseguente voto "di protesta"), mi affretto a far notare che il disastro del Mezzogiorno è sì endemico, e se ne potrebbe parlare a lungo, ma certamente è stato aggravato dalle politiche di austerità prese in nome dell'Europa. Lo si vede se si analizzano gli indici del Pil delle quattro macroregioni italiane (prendendo come base il 1995, primo anno per il quale i dati sono disponibili sul database del'Istat):



Ci siamo? Fino alla crisi i tassi di crescita erano relativamente omogenei. Poi, con lo shock del 2008, i tracciati si discostano: il Nord perde di più, ma recupera anche di più. Sud e Isole perdono di meno, ma non recuperano, e dall'arrivo di Mario A. Monti (dove A. sta per "alriparodelprocessoelettorale"), si vede bene come il tracciato del loro Pil diverga verso il basso da quello di Nord e Centro, che invece blandamente recuperano.

Occorre altro?

Sì.

Occorrerebbe che chi si pronuncia su temi economici sapesse l'economia, e magari, se vuole proprio parlare della nostra crisi (cosa che nessun medico gli prescrive), prima studiasse la teoria delle aree valutarie ottimali. Nei suoi progressi recenti questa teoria fornisce mille e un motivo per il quale una moneta unica favorisce la divergenza economica fra paesi e aree partecipanti (non ci torno: chi mi segue lo sa, e chi vuole saperlo mi segua).

Quando poi questa divergenza economica fatalmente si traduce in divergenza politica, sta a ognuno reagire secondo le proprie capacità: ci sarà chi profferirà altezzose oscenità razziste, e ci sarà chi umilmente fornirà dati.

Il tempo è galantuomo (ma è anche poco).

lunedì 5 dicembre 2016

QED 70: la semplice aritmetica del referendum

...a proposito: prima di dimenticarmene, solo per i nostri archivi, vi segnalo che la vittoria del NO al referendum è uno dei tanti QED. Essa discende infatti dalla spiacevole aritmetica della democrazia che avevamo dettagliato in questo post (dove a dire il vero ci tenevamo un po' bassi, prevedendo solo un 57% di voti contro il governo, e fra l'altro sulla base di un'affluenza molto più bassa di quella che poi si è verificata: ma ad aprile era difficile prevedere che Renzi ci avrebbe aiutato così tanto)!

Quindi, come dire: le cose sono andate come dovevano andare, perché non potevano andare diversamente. Era scritto. Ma voi leggete?

Good night and good luck.

Il NO ai media

Credo mi corra l'obbligo di commentare una vittoria annunciata (in fondo a questo post: "E comunque il Cazzaro perde").

Credo anche che il modo migliore di farlo, per quanto possa sembrare eccessivamente egotista, sia quello di metterla in relazione a un'altra vittoria annunciata, la nostra seconda vittoria consecutiva ai MIA.

Non pretendo di stabilire alcuna relazione causale fra le due. Non siamo certo stati noi a far perdere Renzi: qualsiasi sconfitta è sempre ed ovunque merito dello sconfitto (anche se lui tende legittimamente a vederla in un altro modo), così come del resto non è certo stato Renzi a far vincere noi. Diciamo che queste due increspature distanti e incorrelate del gran mare dell'essere sono però epifenomeni dello stesso vento: il vento della SStoria, e sono entrambe rivelatrici, ognuna à sa façon, di quale sia oggi il principale problema, di chi sia oggi il più temibile nemico della nostra democrazia e del nostro benessere.

Si suole dire che quello della prostituta sia il mestiere più antico del mondo. Ma questa asserzione è palesemente errata, e a smentirla basta la Genesi. Adamo ed Eva vivevano nel Paradiso terrestre, dove non avevano bisogno di lavorare col sudore della fronte (e nemmeno di partorire con dolore): un mondo privo di ostetriche e di capufficio, un mondo di innocenza e serenità, così come ce lo restituisce la Vulgata: "Erant autem uterque nudi, Adam scilicet et uxor eius, et non erubescebant."

Dove cominciano i problemi? Nel capitolo 3 (come il parametro di Maastricht, ma anche come il numero pitagorico della Vollendung, per chi può capirmi: gli altri sono europeisti...). Compare, in quel capitolo, il primo professionista della storia:


1 Et serpens erat callidior cunctis animantibus agri, quae fecerat Dominus Deus. Qui dixit ad mulierem: “Verene praecepit vobis Deus, ut non comederetis de omni ligno paradisi?”.
2 Cui respondit mulier: “De fructu lignorum, quae sunt in paradiso, vescimur;
3 de fructu vero ligni, quod est in medio paradisi, praecepit nobis Deus, ne comederemus et ne tangeremus illud, ne moriamur”.
4 Dixit autem serpens ad mulierem: “Nequaquam morte moriemini!
5 Scit enim Deus quod in quocumque die comederitis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut Deus scientes bonum et malum”.

Il serpente si rivolge a Eva per propagandarle il mito di un mondo senza confine alcuno ("Verene praecepit vobis Deus..."), assistito in questo suo compito mortifero dal poter vendere a Eva l'illusione di accedere, accettando acriticamente questo mito scisso da alcuna reale esigenza ("De fructu lignorum vescimur..."), ad una élite culturalmente e quindi antropologicamente superiore ("Eritis sicut Deus").

Io non sono un esegeta, ma... questa storia vi ricorda qualcuno o qualcosa?

(...Riccardo: se mi leggi, mi perdonerai, e poi mi darai una penitenza. Ma S. Agostino ancora non l'ho letto: in trincea mi si infangherebbe. La trinità la capirò quando sarà venuto il momento...)

Eh già... Il mestiere più antico del mondo non è la prostituta: è la presstitute, il gazzettiere al servizio di una disumana élite globalista. Insomma, il giornalista con la "s" di serpente, ma anche con la "s" di...

Le due vittorie, quella nostra e quella del "no" (che è anch'essa, soggettivamente, una vittoria nostra perché qui tutti auspicavamo una sconfitta del "sì"), sono entrambe, in diversa misura, una sconfitta delle presstitutes, l'ultima di una lunga serie che non si arresterà qui, come hanno capito pochi ma buoni.

Ha cominciato Marco Palombi, sul Fatto Quotidiano del 23 novembre:



distanziandosi in modo risentito e incisivo dal più triste dei nuovi farisei: Rampini, autore di una ipocrita e tardiva palinodia che non meritava nulla di diverso dalle poche, veementi parole che Palombi gli ha dedicato. Quello che Marco dice a Rampini è appunto: "Caro Federico, "eritis sicut Deus" lo hai detto tu, non io, quindi parla per te!"

Certo, Palombi è bravo e coraggioso. Ma basterà un Palombi a salvare l'onore della professione?

Forse no, come del resto non basterò io a salvare l'onore della mia (nonostante abbia iniziato con cinque anni di anticipo a fare nella mia il lavoro che Marco sta facendo nella sua).

Stanno però arrivando i rinforzi.

Marco Travaglio, un giornalista al quale non si può disconoscere uno sfolgorante talento, anche se mi è capitato di polemizzare spesso con lui per la sua visione dell'economia fattualmente incoerente con quei principi liberali cui egli stesso dichiara di ispirarsi (ricorderete l'ironica legge di Travaglio, sulla quale ma non c'è mai stato tempo per un confronto approfondito), ieri sera ha magistralmente scacciato i mercanti dal tempio:


Ecco, Marco, tu sei abituato alla solitudine (dici), ti meravigli della sorpresa altrui, e ti indigni per il tradimento dell'intellighenzia...

Benvenuto nel mio mondo.

Sai, su questo tradimento io qualche parola l'ho spesa (penso al capitolo 5 de L'Italia può farcela), il fenomeno l'ho studiato, e posso dirti che questo tradimento delle élite ha un nome, un nome che tu, per motivi che non mi spiego, non vuoi pronunciare. Se e quando vorrai farlo, quello sarà un vero punto di svolta per il nostro paese, perché con un alleato come te al suo fianco la verità, che già a mani nude se la cava benissimo (come i risultati di ieri dimostrano) liquiderebbe immediatamente la menzogna. Se invece vorrai continuare a ripetere come un Gutgeld qualsiasi che "il problema dell'Italia è l'Italia", noi continueremo comunque a volerti bene per le tue parole di ieri sera.

Quelle parole hanno messo a nudo, di fronte al circolo dei nuovi farisei (il cui principe infatti ha immediatamente sviato il discorso) quale sia oggi la questione politica cruciale, perché è cruciale per il nostro ordinamento politico democratico: quella di un giornalismo che è totalmente appiattito di fronte ai grandi interessi economici, che è puro veicolo di propaganda e non di lecita espressione di opinioni, che è showbusiness e non laboratorio di elaborazione e confronto di idee, che è completamente privo di qualsiasi rappresentatività rispetto a una società civile cui non solo non dà voce, ma della quale denigra e combatte le voci migliori per mezzo di sicari prezzolati, che si costituisce, in tal modo, come ostacolo alla democrazia impedendo la maturazione della coscienza dei lettori, e che però, proprio per questo, si sta avvitando su se stesso, e constata con uno stupore commovente (ma inquietante) la propria crescente incapacità di incidere sull'opinione pubblica, la propria vertiginosa perdita di credibilità e di autorevolezza.

Qualche sera fa, a cena con uno degli esponenti del più prestigioso fra questi megafoni del potere, a valle della mia osservazione che un certo articolo sulle banche che sarebbero fallite a causa del no era lievemente impreciso (se avesse vinto il sì, voi oggi comprereste azioni MPS, nonostantestiano per ovvi motivi recuperando mentre scrivo!?), raccoglievo con commossa e partecipe solidarietà le sue parole: "Ma tanto oggi non contiamo più nulla, la gente non legge noi, legge il Daily Mail...". Lo sanno che si stanno condannando all'irrilevanza, come lo scorpione sa che annegherà, al punto che usano questa crescente coscienza della propria incapacità di raggirare i lettori come meccanismo autoassolutorio: "Possiamo dire qualsiasi scemenza ci venga chiesto di dire da chi ci paga, tanto non siamo più in grado di far danno perché non siamo più credibili". E dormono sonni tranquilli (agli Hamptons).

Ma attenzione, non è affatto un bene che i media si stiano palesando per quello che sono: meri strumenti di propaganda unidirezionale, nemici del pluralismo, nemici della democrazia, apertamente ostili al suffragio universale, pronti a denigrare (al netto degli ipocriti mea culpa à la Rampini) gli elettorati che si pronuncino in modo contrario agli interessi percepiti dei propri editori, i quali, a loro volta, non sembrano poi tanto in grado di percepire quali siano i loro reali interessi, come la vicenda fallimentare del Sole 24 Ore dimostra. Il metodo fascista dei media, quello che ho chiamato in tempi non sospetti "il fascismo dell'opinione" (a pag. 283 de "L'Italia può farcela), il metodo consistente nel presentare come fatti le porche e disinformate opinioni dei loro mestieranti (Lombroso reconnaitra les siens...), sta determinando due derive pericolosissime, dalle quali tutti, loro per primi, rischiamo di venire schiacciati.

La prima pericolosa deriva  è quella di aver disabituato i cittadini a ragionare in termini di fatti, in particolare di serena e fattuale valutazione del dato economico, e di quanto esso incida sui propri e sugli altrui interessi. Nel mondo dell'opinione totalizzante, i fatti diventano fattoidi, e chiunque può costituirsi fonte statistica nel dibattito, tenendo sempre aperta la porticina del "l'economia non è una scienza", da usare come uscita di sicurezza nel caso in cui venga messo di fronte alle proprie responsabilità e alla propria incompetenza. Se l'economia non è un scienza, chiunque può parlarne, giusto? Parlare di medicina senza averne titolo può costituire reato, mentre di economia chiunque può parlare, come di calcio, perché... non sono scienze! Eppure la cattiva economia uccide quanto e più della cattiva medicina: uccide i corpi, ma soprattutto le anime: priva di futuro, di prospettiva, di speranza...

Lo scopo di chi si costituisce epistemologo della domenica è esattamente questo: accreditare nel dibattito opinioni totalmente infondate, partendo dal presupposto (falso) che tanto una valga l'altra, che un economista non sia più legittimato a pronunciarsi in materia economica di un simpatico laureato in lettere. Va notato un paradosso: i centri dai quali parte questa denigrazione della dignità scientifica dell'economia sono, come chi è nel dibattito sa bene, esattamente quelle grandi università connesse alle reti transnazionali di elaborazione del pensiero unico, i cui aderenti sono così puntigliosi nel rivendicare e nel pretendere scientificità (da misurare secondo parametri autoreferenziali). Sì, insomma, paradossalmente i bocconiani della pirreviù sono anche quelli de "l'economia non è una scienza". Ma il paradosso è solo apparente: loro, infatti, sono quelli che più hanno mentito, e che quindi più di tutti, perfino più dei giornalisti, hanno necessità di potersi assolvere, portando avanti l'idea che le loro menzogne sarebbero state ininfluenti, perché, dato che l'economia "non è una scienza", dire a un governo che in recessione l'austerità fa bene non è come dire a un adolescente che fumare fa bene.

Purtroppo non è così: il nesso causale esiste, è stabilito dalla letteratura scientifica, e un economista che porta avanti certe tesi smentite dalla sua stessa scienza è del tutto equivalente a certi medici dal comportamento poco scrupoloso. Questo blog è testis fidelis ac verus del fatto che l'economia è una scienza, perché quanto abbiamo scritto o si è già realizzato (a partire dalle crisi di Finlandia e Francia) o si realizzerà (e qui sapete di cosa parlo), e questo è il motivo del suo successo (e del fallimento altrui).

Torniamo ad occuparci di media...

Le idiozie profferite da questi ultimi in tema di "svalutazzioneinflazzionebbrutto" (di cui qui vi ricordo un esempio) sono solo la punta di un iceberg che galleggia perché fatto non di ghiaccio, ma di un'altra materia dallo scarso peso specifico (e dall'odore più penetrante). Questo simpatico iceberg marrone, a differenza del dirigibile cui ci parla Elio, un'elica e un timone ce l'ha: il suo scopo è molto trasparente, e l'ho descritto qui: costruire una società orwelliana dove il controllo del passato, da parte di chi controlla il presente, sia strumento di controllo del futuro (non è un caso se Elio parla di "Nubi di ieri sul nostro domani odierno": l'arte, se è arte, ci parla dell'uomo e quindi della società più di intere legioni di "scienziati").

Sì: i media, o meglio i loro editori, vogliono farci credere che quando ieri ci autodeterminavamo stavamo peggio di oggi, perché è loro intento negarci ulteriore autodeterminazione domani.

Dobbiamo opporci, e ieri lo abbiamo fatto, in assoluta coerenza con un lavoro che qui stiamo portando avanti da cinque anni.

La seconda deriva che i media, i "fascisti dell'opinione", hanno messo in moto, è ancora più pericolosa. Presentando opinioni come fatti, hanno talmente screditato il diritto alla libertà di opinione, che se una deriva autoritaria si manifestasse (come potrebbe) e mettesse un bavaglio a questi che ormai sono collettivamente percepiti come servi cialtroni, l'opinione pubblica accoglierebbe questa decisione non con preoccupazione, ma con sollievo. La reazione sarebbe: "Ci avete mentito per anni, mentito sui dati fattuali (quanto fosse la disoccupazione nel 1977, quanto fosse l'inflazione nel 1992), ci avete mentito sugli scenari, riportandone di totalmente scissi dai risultati della ricerca scientifica (ad esempio sulla Brexit): se ora vi mettono un bavaglio, ce ne faremo una ragione!". Sbaglierebbe, certo, chi pensasse così, e non condivideremmo, come non condividiamo, nessun vincolo al diritto di opinione come ad altri diritti costituzionalmente garantiti.

Ma una domanda dobbiamo pur porcela: oggi è realmente possibile esercitare in modo sostanziale, non puramente formale, questo diritto?

Sui media, oggi, non esiste alcun confronto di opinioni. Attuare la Costituzione oggi vorrebbe dire, prima di ogni altra cosa, garantire una rappresentazione equilibrata delle opinioni prevalenti nella società civile. Non è così. Mentre in Europa si procede a tappe forzate verso una criminalizzazione del dissenso degna delle migliori teocrazie (da quella pontificia a quelle orientali), qui, nella periferia, i merdia continuano ad articolare trasmissioni basate sull'uno contro tutti, dove, per di più, l'uno viene estratto da un insieme di cardinalità due: o è il sottoscritto, o è Claudio Borghi (che se con la sua scelta politica, che rispetto, ha tatticamente guadagnato diritto di tribuna, d'altra parte ha anche prestato il fianco alle critiche degli imbecilli che "quello non lo ascolto perché è leghista"). Con le uniche tre eccezioni che conoscete (Il Fatto Quotidiano, TgCom24, e le trasmissioni di Andrea Pancani su La7), sui media oggi di opinioni ne esiste una sola, la loro, e una delle possibili voci di dissenso, la nostra, è stata sistematicamente denigrata e conculcata, nonostante fin dall'inizio fossimo stati molto scrupolosi nel mettere in evidenza come essa, al netto del delirio dei servi cialtroni che infestano anche la mia, di professione (come sopra ho ricordato), fosse scientificamente solida e condivisa dagli esponenti più autorevoli della scienza economica. Il j'accuse di Marco (uno dei due) mette in evidenza, non so quanto volontariamente, questo dato. Soprattutto Travaglio lo dice esplicitamente: nella società si agitavano altri conflitti, altre esigenze, e voi non avete saputo dar loro voce, non avete saputo rappresentarli.

La verità è che forse non hanno voluto, ma il risultato è comunque lo stesso: così facendo, i fascisti dell'opinione si stanno condannando all'irrilevanza e questo, purtroppo, non è un bene. Loro, e chi li paga, possono riprendere il sopravvento solo alzando i toni dello scontro, a costo di esplicitarne il contenuto reale, ovvero la regressione a una società neofeudale. Questo è quello che ormai non hanno paura di dirci, a partire dai guitti locali, tutto sommato irrilevanti nel loro patetico provincialismo,per arrivare a esponenti più rilevanti della fabbrica del falso. Guardate ad esempio questi due: la simpatica consulente della McKinsey che vorrebbe che le politiche pubbliche fossero certificate da agenzie "indipendenti" (come la sua):

(McKinsey, la patria di Yoram "il problema è l'Italia" Gutgeld, by the way...) e alla quale mi è occorso ricordare l'abbecedario della democrazia:


e il simpatico collega di Cornell:


Dopo averci tolto una parola che non ci hanno mai dato, vogliono toglierci un diritto di voto che la maggioranza non ha mai avuto reali opportunità di esercitare con consapevolezza.

Ecco cosa lega le due vittorie che mi proponevo di commentare: il rifiuto di questo metodo, la resistenza a questa aggressione. Le vittorie dimostrano che la Storia è con noi. Ma questi sono momenti terribili, pericolosi. Esorto tutti alla calma. La deriva autoritaria è alle porte, visibile nei documenti della Commissione che vi ho citato, e in tutte le riverite opinioni che vi ho documentato. La nostra risposta è efficace, ma potrebbe esserlo di più con più mezzi (e questo è un altro problema, del quale parleremo in altra sede). Intanto, ci sia di ausilio nella nostra lotta l'aver individuato il nemico immediato e prossimo della nostra: il sistema dei media. Dobbiamo contrastarlo con gli strumenti che ci offre non tanto la democrazia, che con questi media, appunto, non può esistere (non ci può essere democrazia sostanziale dove predomina il fascismo dell'opinione), quanto il capitalismo, quello sì reale, perché condannato a esserlo dalla sua stessa logica interna, quella del profitto.

Sarebbe così bello se ve la smetteste di guardare trasmissioni di merda alzando la loro share e portandole nei trending topic! Quando capirete questo, avrete cominciato a votare col portafoglio, e avremo fatto un piccolo passo avanti. Sarebbe così bello se smetteste di comprare i giornali che vi mentono! Quando cominceranno a fallire, dedicheremo loro un commosso e partecipe epicedio, e ci diremo che quando si spegne una delle tante voci che ripetono la stessa menzogna, il pluralismo si arricchisce e la democrazia ne guadagna. Sarebbe così bello se ve la smetteste di assumere sui social media toni esagitati che si rivelano infallibilmente un boomerang! Ora che sono loro, i servi delle élite, ad assumerli, nel loro smarrimento, voi servitevi a piene mani del nostro dizionario, marcando così lo scarto antropologico che esiste fra un uomo libero e un servo, fra un patriota e un verme, fra un partigiano e un repubblichino. La metà delle persone che ho bloccato su twitter (si parla di parecchie migliaia) erano cretini che credevano di stare dalla mia parte e che invece, pagati o meno, mi stavano oggettivamente mettendo in difficoltà.


Bene: questo deve essere il fulcro della nostra riflessione politica: come riappropriarci di reale rappresentatività politica. Mi sembra chiaro che il discorso non è circoscritto ai media e al loro tentativo fascista di soffocare la nostra voce, ma investe il ruolo di tutti gli altri corpi intermedi: sindacati, partiti, associazioni di categoria.

Il tempo a mia disposizione, però, è scaduto, e vi lascio con una nota biografica: per la prima volta da parecchi, troppi anni, ieri sono riuscito a dormire. Eppure, quella di ieri non è assolutamente una vittoria definitiva: è solo l'inizio di una lotta da combattere con un nemico più insidioso e più pericoloso perché sa che ora il suo avversario (la democrazia, noi!) ha dalla sua la pericolosa illusione di poter cambiare le cose col proprio voto. Ci volevano sfiduciati, sconfitti.

Abbiamo ritrovato fiducia.

Estote ergo prudentes sicut serpentes...

sabato 3 dicembre 2016

Laetatus sum...


...in his quae dicta sunt mihi.




(P.s.: grazie per aver accolto l'invito del Sole 24 Ore:


 lasciamolo morire...)

Basilea anno zero (scenario orgasmico).

(...nell'ultima newsletter parlavo ai soci di a/simmetrie dei problemini con Basilea 4, proprio un giorno prima che ne parlasse un nostro vecchio amico, comunicando loro il mio stupore nel constatare come gli europarlamentari "populisti" su questo tema fossero piuttosto preparati, molto più dei nostri giornalisti "economici". Nel frattempo, ricevo da un amico questo scenario in merito, e lo condivido con voi dopo aver rantolato dalle risate per alcuni piacevoli minuti. Naturalmente è solo fantaeconomia, non preoccupatevi...)



Azzardo una ipotesi:

1) I crucchi sfanculano gli americani  (ancora) sulle regole di vigilanza.

2) Gli americani si incazzano (ancora) perché si vedono svantaggiati competitivamente da DB, Paribas ecc.

3) A seguito di (2) viene messa in dubbio la veridicità dei bilanci delle banche europee dai media finanziari.

NB: europee significa non solo italiane (nihil novi) ma anche rane e craute (novità).

4) Il D.O.J. appioppia una sanzione bomba a DB.

5) Mustier (Unicredit) non trova i suoi 17 miliardi.

6) Er mercato chiude certe posizioni su DB. La diversamente Callipigia interviene, dopo aver dovuto baciare le terga ad un Donald ormai inarrivabile (anzi al genero: Donald manco la riceve) ed aver dovuto posare nuda per Playboy (Special Horror Edition).

7) A Siena tutti a magnà ricciarelli alla merda. Non solo, ma M.me Nouy chiede "accantonements pour plusieurs extra milardons de bedlons à la coque".

8) Le quattro racchie della BBBBBoschi non si vendono; Messina (Intesa) e Mustier (Unicredit) chiedono indietro i loro megaprestiti a Nicastro (CEO delle Bedbenks). A’ Valchiria dice "sò cazzi vostri: trovate  una soluzione di mercato".

9) Atlante trova un miliardo di perdite in più in pancia (fuuuuuuuuurbi i veneti). I sindacati, fattisi coraggio, bloccano Mion (l’ex fattore dei  Siori Benetton, la cui azienda fuuuuuurba intanto si squaglia), ora boss delle banche venete.

10) Sò cazzi per il PD!

11) Se Il Cazzaro ha vinto il referendum... sò cazzi ancora più amari per il PD!

Risultato : il Piddì schiatta avendo distrutto mezza Italia.

Solo uno scenario. Ma solo a pensarci ho avuto un altro orgasmo.





(...l'autore di questo scenario mi aveva chiesto di non pubblicarlo, ma eliminando un piccolo dettaglio scabroso credo di poterlo fare. E comunque il Cazzaro perde, ma sò cazzi anyway...)

venerdì 2 dicembre 2016

Scopriamo le carte (ASN chi legge)

Dunque...

Questa mattina alle 6, dopo una serie di scleri determinati la sera prima dal crash del server CINECA che mi aveva impedito di farlo, ho consegnato la mia domanda per l'ASN. Dopo di che, sono andato sulla terrazza dell'hotel Forum a intrattenermi piacevolmente col compagno Gutgeld. L'intervistatrice è molto famosa a casa sua, e pensa che la colpa sia della Cina. Contenta lei...

Dopo di che, me ne son tornato a casa, ho sbrigato un po' di corrispondenza, ho preparato il sito del nostro prossimo convegno (l'anno prossimo ne faremo tre), e poi mi è venuta una curiosità. Dato che ormai la domanda l'avevo fatta, mi è venuto in mente di andare a vedere come stessero messi i potenziali concorrenti. Sono così andato sul sito dell'organico docenti, mi sono scaricato la lista degli associati di politica economica, e sono andato a vedere come stavano messi a produzione.

Tre osservazioni preliminari:

1) non tutti quelli che sono attualmente associati di P/02 (politica economica) avranno presentato domanda: alcuni perché troppo vecchi (e magari diventati associati quando non c'era bisogno di produrre molto), altri perché troppo giovani (e magari non ancora pronti a diventare ordinari, ora che dobbiamo essere tutti Pico della Mirandola);

D'altra parte:

2) colleghi bravi da altri settori (es.: P/01 o P/03, cioè economia politica e scienza delle finanze) potrebbero essere tentati di far domanda in P/02, se la loro produzione è "borderline". Ma questo non posso saperlo.

Infine:

3) P/02 è un settore non bibliometrico, che quindi non usa criteri oggettivi di valutazione della produzione scientifica. D'altra parte, il primo verbale della commissione specifica che terrà conto del numero di citazioni per anno dei singoli lavori, desunte dal database Scopus.

Nei settori bibliometrici, viceversa, il D.M. 120 stabilisce che occorre considerare il numero di citazioni e l'indice h desunto dalle basi dati Scopus (gestita dalla Elsevier) e Web of Science (gestita dalla Thomson-Reuters). Sì, sto dicendo che dobbiamo essere valutati in funzione di agenzie di rating non molto più indipendenti di quelle che dettero la tripla A a Lehman (e infatti le riviste dove scrivono quelli per i quali tutto stava andando benissimo ricevono anche loro un ottimo rating)!

Comunque, siccome è un gioco, le regole non si discutono, e sono andato per curiosità a vedere come ero classificato, cercandomi su Scopus l'"estratto conto" dei miei 133 colleghi. Un'operazione comunque interessante, che mi ha fatto scoprire forme di vita intelligenti su questo pianeta. In ogni caso, parliamo di numeri.

La mia scheda su Scopus è questa:


Ho 17 lavori repertoriati, con 66 citazioni e un h-index di sei.

Cosa vuol dire questo numeretto? Che ho almeno 6 lavori che hanno più di sei citazioni. Per capire come funziona la cosa, Scopus fa anche un grazioso grafico, che vi mostro:


La retta rossa indica il numero delle pubblicazioni, che potete immaginare ordinate dalla più citata alla meno citata. All'origine degli assi si trova chi ha zero pubblicazioni (e quindi anche zero citazioni). Poi la retta si innalza, e si arriva alla pubblicazione 1, quella più citata, che nel mio caso è questa, con 21 citazioni. La spezzata blu quindi parte da 21. Poi la retta rossa sale alla seconda pubblicazione più citata, che nel mio caso è questa, con 13 citazioni. La spezzata blu quindi scende a 13. Procedendo così, la retta e la spezzata si incontrano in un punto in qui l'ascissa (cioè il rango della pubblicazione) e l'ordinata (cioè il numero di citazioni) sono uguali, e lì ci si ferma, e quello è l'h-index. Il mio è sei (secondo Scopus), a indicare che la mia sesta pubblicazione più citata ha avuto sei citazioni.

Dico subito che se andate su Scholar vedete una situazione diversa: lì l'h-index è 11, perché si tiene conto di un numero più ampio di pubblicazioni, fra le quali Il tramonto dell'euro, che ha 51 citazioni, molte delle quali su rivista internazionale. Ma tutto questo Scopus non lo sa, e quindi ho preferito lasciar perdere (e peraltro non ho messo Il Tramonto nella mia domanda, avendo altro da metterci).

La domanda quindi diventa: ma 17 pubblicazioni su Scopus, con un h-index di 6, sono poche o tante per un associato di politica economica? Un qualche indizio lo si può avere andando a vedere come stanno messi gli altri, ma ricordando sempre che l'abilitazione non è una valutazione comparativa: se sei meglio degli altri, insomma, potrebbero comunque non abilitarti, ritenendo che tu non sia abbastanza buono. Allora, parto dalla sintesi. La mia situazione è questa:


Con 17 lavori sono sopra alla mediana dei docenti del mio settore (P/02) nella mia fascia (associato), mediana che è pari a 11. Significa che metà degli associati di P02 ha al più 11 lavori. Io in effetti sono al terzo quartile, ovvero: solo il 25% degli associati di P02 ha più di 17 lavori (considerati da Scopus, ovviamente). Quindi qui direi che va bene. Ad oggi quello con più lavori su Scopus ne ha 63, con 105 citazioni, ma il suo h-index è più basso del mio (solo 5), il che significa che molti di questi lavori non sono stati citati, come mostra il relativo grafico:

(i lavori dal 34° in poi hanno zero citazioni, e se escludiamo le autocitazioni l'h-index scende a quattro, mentre il mio resta a sei).

Sono sopra la mediana, ma sotto il terzo quartile, anche come numero di citazioni. In effetti, il 50% degli associati di P/02 ha meno di 49 citazioni, e io ne ho 66, il che però non mi permette di accedere al 25% dei più citati, i quali hanno tutti almeno 112 citazioni.

Il più citato ha addirittura 624 citazioni ed è oggettivamente una bestia (in senso positivo): 40 pubblicazioni con h-index di 13. Si occupa di economia ambientale, ha coautori molto bravi, scrive su ottime riviste.

Poi c'è l'h-index. È interessante vedere come si muove rispetto al numero di pubblicazioni e al numero di citazioni.



Io sono sempre il puntolino rosso. Nell'ultimo grafico vedete che io sono, fra quelli con h-index 6, quello che ha meno citazioni. Questo significa che gli altri hanno probabilmente fatto più cose, ma meno interessanti (le loro citazioni in più sono disperse fra tanti lavori, nessuno dei quali è stato citato più di sei volte).

Comunque, tornando alla classifica, anche in questo caso io sono sopra il terzo quartile. Il 25% più "bravo" dei miei colleghi ha un h-index Scopus superiore a cinque. Il mio è sei. Quello del più bravo, come si vede dal grafico, è 14, e ci arriva un autore che a me piace molto e che credo di avervi anche citato spesso, nonostante sia un pezzo del problema e non della soluzione. Diciamo che gli dobbiamo la soddisfazione di aver visto il Manifesto sorpassato a sinistra dal Fondo Monetario Internazionale. Non che ci volesse molto, ma è comunque un bel vedere...

Sintesi: due indicatori su tre mi collocano nel 25% dei più "produttivi", ma ci sono molte cose da considerare:

1) magari decidono di abilitare solo il 10%;

2) possono arrivare persone brave da altri settori;

3) ci possono essere colleghi più giovani di me che hanno fatto più di me;

e via dicendo. Quindi ora aspettiamo di vedere cosa succede...

Con questa visita guidata nella mia aurea mediocritas si conclude una giornata piuttosto lunga. Quella di domani lo sarà ancora di più: andiamo verso l'equinozio di primavera!























(...e verso la sconfitta di Renzi. Ma di questo parliamo domani, magari. Voi intanto controllate la tessera elettorale, perché, come questo post dimostra, niente è gratis, e tutto richiede impegno...)

(...magari rifacciamo questo gioco con Scholar o con WoS per vedere lì le cose come vanno. Su WoS ho solo 8 pubblicazioni, quello è un club più esclusivo, mentre su Scholar ne ho 73, ma a Google nulla sfugge, e si carica anche le mie vecchie dispense di econometria...)

QED69: Tu l'as voulu François Dandin...

Tanti tanti anni or sono, avevo una regazzetta del Villaggio Olimpico. Lei non era rustica, ma le sue amiche abbastanza. Ricordo un giorno una di loro chiedere a un'altra: "Che profumo hai messo?" Et l'autre de repondre: "Anè Anè".

Ignorava, la rustichella, che sulle "i" va sempre messo un puntino, anche (e soprattutto) quando le "i" sono tante (una cosa tipo 888. A proposito, com'era quella cosa dell'euro che ci difende dai fire sales?), ma qualche volta ne vanno messi due, e la scelta non è casuale. So che non ci crederete, ma non corressi la rustichella. Detesto l'abuso di posizione dominante, anche quando è la mia. E poi, fra un intellettuale e una rustichella si sa bene chi domini. La rustichella.

Ignoravo l'esistenza di Anè... pardon: Anaïs Ginori fino a questa mattina, pour la simple et bonne raison che non leggo il giornale sul quale scrive, ritenendolo schierato e inattendibile. Eppure questa persona che non ho mai visto, che mai conoscerò, mi ha regalato oggi un momento di intenso piacere, questo.

Grazie, Anè!

Ma anche grazie Grazia Graziella...

Che il simpatico porco mandato a difendere "da sinistra" gli interessi del grande capitale finanziario (un po' come Blanchard, l'economista "tanto cheinesssiano signora mia!", che ha dato er tuist de sinistra a l'FMI, approvando la Strafexpedition dei creditori francesi contenente un colossale errore tecnico: quello che il moltiplicatore fosse pari a 0.5, e agendo quindi in spregio della deontologia, come vi ho dimostrato qui), che il simpatico trombatore di attricette avrebbe fallito era nei dati e qui ce lo siamo detti il giorno stesso della sua elezione, mentre i giornali inattendibili esultavano.

Dedichiamo a questa conferma il numero che Apollinaire qualificava come erotico. Sia di buon auspicio al futuro pensionato...

Ammetto che ci potesse essere un minimo, ma veramente un minimo, di alea circa le modalità con le quali il fallimento politico si sarebbe manifestato a valle del fallimento economico che era invece assolutamente certo. Poteva anche andare alle elezioni e farsi sconfiggere! Ma la sua sconfitta era talmente certa, nei sondaggi, che questo sarebbe stato atto di follia. L'unica cosa che poteva fare era ritirarsi.

Ora la sinistra un candidato non ce l'ha, per il semplice motivo che, come chi ci legge dall'inizio sa bene, non c'è più una sinistra. Ormai siamo arrivati al punto che nei seminari della sinistra ci si guarda in faccia e ci si dice: "Abbiamo un problema: ci chiamiamo sinistra, e la gente questa parola non vuole più sentirla". E certo, e chissà perché! Sarebbe stato possibile ridarle un senso, non dico cinque anni fa, quando l'avevo chiesto io, non essendo nessuno, ma un paio di anni fa, combattendo dalla parte giusta l'ultima battaglia che avesse un senso di classe, quella sul jobs act. E invece no, per i motivi che vi ho tanto spesso dettagliato: la paura che Renzi vincesse (delle vittorie di Renzi avremo presto un esempio)...

Diciamo che il tempo, che è galantuomo, ha reso giustizia a una verità tanto semplice, quanto terribile, quanto profonda: i regimi presidenziali/maggioritari, al tempo della globalizzazione finanziaria, offrono all'elettore la scelta fra due destre. Questa verità la si può nascondere mandando avanti un fantoccio, un Bersani, un Hollande (ma anche un Renzi), a fare il lavoro sporco. Tuttavia la verità è come il sughero (diciamo così): è nella sua natura venire a galla, e lo sta facendo ovunque in Europa. In Italia non ancora, va detto, come va anche detto che la differenza la fanno gli uomini e le donne. Marine Le Pen ha studiato. Chi ha avuto come me l'opportunità di lavorare per anni in Francia lo ha visto. Partiva già avvantaggiata rispetto alla destra de noantri per il fatto di vivere in un paese la cui identità nazionale non è sistematicamente vilipesa dai media e dai politici corrotti (cioè al soldo di interesse esteri, tanto per esser chiari). Ma questo non sarebbe bastato, perché il giusto orgoglio di essere francesi è un bene diffuso in Francia, ed è quindi abbastanza difficile farne una bandiera politica. Bisognava anche capire come funziona la globalizzazione e in che modo l'euro l'aiuta, e questo è stato studiato e capito, e quindi ora può essere fatto capire, dalla destra francese, con un'efficacia e un'immediatezza della quale vorremmo tanto che la sinistra si riappropriasse.

Ma questo è impossibile perché la sinistra ha difeso il progetto imperialista e globalista europeo, e non sa come sganciarsene. Ed è per questo che nei seminari di sinistra ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che "la transizione la gestirà la destra". Oddio, se lo dicono fra di loro, con quell'atteggiamento dei nobili dell'Ancien Régime avviati alla ghigliottina, quell'atteggiamento di composta ed elegante rassegnazione che faceva sclerare Stendhal, e che oggi fa sclerare Luciano. Quando c'è di mezzo la pelle, forse l'eleganza la si può tenere un momento da parte, no?

Quindi ora in Francia la scelta è fra Fillon e Le Pen. Difficile che si presenti un candidato "de sinistra" credibile. Per essere tale dopo anni di menzogna dovrebbe difendere l'Europa, cioè lo schiacciamento dei salari, e per arrivare almeno al ballottaggio ora che la menzogna è stata svelata dovrebbe difendere i salari. Ma c'è la contradizion che nol consente...

Ero a Bruxelles un paio di giorni fa, a pranzo coi vincitori (che sarebbero quelli che ho fatto di tutto per non far vincere: quindi io ero lo sconfitto, ma di sconfitta me ne basta una). Certo, anche loro di strada da fare ne hanno. Fillon è il loro Monti, e loro non sanno quali disastri abbia fatto Monti in Italia! Ma qualcuno gli ha fatto vedere due dati semplicissimi, che ignoravano: tredici trimestri di recessione continua con l'applicazione dell'austerità "thatcheriana", e tredici punti di rapporto debito/Pil in più. Due tredici non esattamente fortunati. Credo che nella campagna elettorale francese questi esempi verranno citati spesso.

Dopo di che, non è detto che questo basti a portare all'Eliseo il Front National, e comunque considero una sconfitta umiliante il doverlo auspicare, come peraltro ho già fatto pubblicamente nel famoso video in cui mandavo al posto suo Guy Verhofstadt, esplicitandone il motivo: questa vittoria sarebbe l'unica possibilità di dare una scossa alle nostre classi dirigenti per costringerle ad occuparsi dei nostri problemi.

Sì, perché poi alla fine diciamocelo molto francamente: l'idea che la compagna Marine, o il compagno Trump, si mobilitino per sollevare le sorti degli sconfitti della globalizzazione fa un po' sorridere, non è vero? Prendiamo ad esempio il compagno Trump. Oggi tutti fanno la semplice riflessione che qui abbiamo sempre fatto: un candidato alla presidenza degli Stati Uniti non può essere un outsider, è un pezzo dell'establishment, e ne difenderà gli interessi. Sentite ad esempio in che modo Rick Wolff, l'autore del grafico che spiega tutto, ci racconta la Trumponomics: "Sì, dicono che quello tirerà su il muro, ma è evidentemente una scemenza, perché controllare le frontiere è come mettere una legge sul salario minimo. Poi dove li trovano, gli imprenditori americani, dei poracci disposti a lavorare per un tozzo di pane? Quindi non è credibile che deporterà così tanti clandestini..." Io ho fatto una sintesi, ma se vi ascoltate la sua intervista vedrete che viviamo in un mondo in cui i marxisti americani dicono quello che dicono i fascisti francesi, e in cui i "democratici" proseguono la costruzione dei muri avviata dai "repubblicani".

Dobbiamo preoccuparci?

Sì, certo, dobbiamo preoccuparci del fatto che chi fa certe promesse di giustizia sociale sia proprio chi ha tutto l'interesse (di classe) a disattenderle. D'altra parte, il capitalismo ha dimostrato di trovarsi sempre e ovunque perfettamente a suo agio con gli uomini (o le donne) forti al comando: quando non li ha espressi direttamente lui, questi personaggi, li ha comunque catturati. Mi sembra piuttosto ovvio che è più semplice catturare (che sarebbe il termine tecnico per corrompere) un singolo governante, un dittatore o dittatorello, un presidente padrone, piuttosto che una intera e variegata assemblea parlamentare nella quale i multiformi interessi di una collettività siano tutti proporzionalmente rappresentati, no? Se il numero di telefono è uno solo, chiamare costa meno. Non è un caso se si fa tanto per ridurre gli spazi nei quali i cittadini sono chiamati a esprimersi, come ho spiegato nel mio ultimo working paper, facendo i nomi dei tanti giuristi competenti e onesti che di questo fenomeno si preoccupano.

Ma dovremmo comunque preoccuparci molto di più, qui e ora, di un altro fatto: al di là delle dinamiche che nel lungo periodo possono portare la destra a difendere gli interessi della destra (oggi così efficacemente difesi dalla sinistra), resta il dato pesante come un macigno che in questa Europa, che è l'unica Europa possibile, quella che esprime i rapporti di forza definiti da una storia centenaria, e che vedono il prevalere del capitalismo tedesco, insomma: in un'ipotetica Europa unita, non c'è spazio per la democrazia, anzi, direi che non c'è spazio proprio per la politica "tout court". Il motivo è semplice: non ci può essere polis né demos senza logos, e il logos europeo non c'è, quindi non c'è il demos, e i tentativi di crearlo sono esperimenti di ingegneria etnica a confronto dei quali il nazismo è una passeggiata di salute (e questo gli etnografi lo vedono e lo capiscono).

Il predominio della governance (cioè dell'idea che chi ci guida debba semplicemente assicurare il rispetto di regole eteronome, sottoscritte ma non condivise né tantomeno elaborate democraticamente dalle comunità che a esse sono assoggettate) sulla politica non è solo una stortura rettificabile di un progetto complessivamente sensato, ma temporaneamente sottoposto alle forzature di una minoranza di dissennati. No, no, le cosa stanno in un altro modo! La politica ha il suo horror vacui: la filosofia politica della governance si insinua e si espande in un vacuum politico creato, più o meno deliberatamente, da chi ha preteso di creare uno spazio politico laddove non esisteva, perché non poteva esistere, uno spazio nazionale. Sì, cari amici "de sinistra": purtroppissimo in democrazia non ci può essere politica senza nazione. L'alternativa alla nazione, nella grammatica politica, è l'impero, che ha una simpatica dimensione coloniale non del tutto compatibile con l'esercizio pieno della sovranità democratica del popolo. Lo stiamo vedendo in questi giorni, con i simpatici pizzini che dallo zio Tom a er cariòla tutti gli esponenti dei poteri forti ci stanno recapitando...

L'idea di una governance delle regole che assicura la pace abolendo lo spazio nazionale è consustanziale all'idea che la distribuzione del reddito sia un fatto tecnico, dipenda dalle produttività marginali dei fattori di produzione. Insomma: i compagni che vogliono l'Europa vivono in un delirio neoclassico, quello nel quale il conflitto non c'è perché non ci sono rapporti di classe ma c'è solo il mercato, che sa quello che deve fare, e che quindi deve essere lasciato libero di esercitare la sua sovranità tecnica, visto che la sovranità "politica" delle nazioni è stata foriera di conflitti. Ovviamente il dettaglio che sfugge, la mucca nel corridoio, come direbbe un famoso perdente complice del progetto, è che il mercato fallisce (ma ha sufficienti soldi per assoldare una schiera di gazzettieri che compatti diano la colpa allo stato corotto cò du ere...). Sfugge anche il dettaglio storico che abolire i luoghi di conflitto, cioè di mediazione degli interessi, non è il modo migliore per prevenire esplosioni di violenza. Direi piuttosto il contrario, e questo i nostri amici tedeschi lo sanno:

"Damals erlebte ich, was ich jetzt begreife: jene schwere, massive, verzweifelte Zeit. Die Zeit, in der der Kuß zweier, die sich versöhnten, nur das Zeichen für die Mörder war, die herumstanden. Sie tranken aus demselben Becher, sie bestiegen vor aller Augen das gleiche Reitpferd, und es wurde verbreitet, daß sie die Nacht in einem Bette schlafen würden: und über allen diesen Berührungen wurde ihr Widerwillen aneinander so dringend, daß, sooft einer die schlagenden Adern des andern sah, ein krankhafter Ekel ihn bäumte, wie beim Anblick einer Kröte." (qui)

L'Europa che ci dà la pace abolendo le nazioni che hanno posto fine alle guerre di religione in effetti ci sta consegnando a un periodo storico nel quale, nonostante la NATO che ci ha dato la pace (perché sarebbe paradossale andare a bombardare una base americana in Germania facendo decollare in aereo americano da una base americana in Italia, no?), si sta aprendo un periodo pesante, duro, disperato, una nuova stagione di guerre di religione, combattute in nome di un nuovo dio: l'euro. Come tutte le divinità, anche l'euro ha la venerazione delle sue vittime. La musica quindi non credo cambierà, prima di eventi molti traumatici, ma nel frattempo il potere che ci opprime, per tirare a campare ancora un po', cambierà ovunque i suonatori.

Perché, come spiegavo ieri ad alcuni simpatici investitori in un ristretto, elegante e cordiale roadshow, "carissimi: noi siamo l'élite, giusto? Bè, sapete che c'è? Abbiamo un problema. Qualcuno sta insegnando agli elettori la lotta di classe. E quel qualcuno sono i fascisti (all'estero), per di più in un momento in cui (da noi) si fa la legge Acerbo...".

Sorrisetto di circostanza, ma capire hanno capito (e qualcuno ha anche ringraziato).

Intanto, e per concludere, dedichiamo un (QED) sessantanove al nostro amico François, che ha così degnamente onorato il suo paese. Un paese che amiamo, nonostante sia all'origine dei nostri problemi più della tanto vituperata (dalle élite) Germania, e dal quale è estremamente probabile che presto arrivi una scossa...

lunedì 28 novembre 2016

Noxin moment

Il 28/11/2016 12:17, Unodepassaggio ha scritto:
Alberto, il problema del nixon moment è la fuga dei topi dalla nave europea che affonda. Da quando ha vinto Trump c'è il panico: tutti sanno che è probabile che lo sponsor dell'incubo europeo abbia cambiato idea. Ne consegue che quelli che fiutano il vento stanno scappando dall'Europa. Anche i bankers che mi ridevano dietro mi hanno chiamato e chiesto lumi. Devono gestire la loro fuga personale...
In bocca al lupo.
Unodepassaggio

Sono d'accordo, me lo raccontano un po' da tutte le parti. La differenza (che Trump dovrà gestire) è che nel 1971 sembrava che il dollaro avesse perso il suo status di "bene rifugio" (ancora del sistema, convertibile in oro, e tutte queste balle che avranno rassicurato gli austri-ani dell'epoca). Oggi, viceversa, il sempre più probabile tonfo dell'euro, facilitato dall'irresponsabile gestione politica di eventi come MPS, rende il dollaro l'unico bene rifugio (e nel frattempo si è capito che la ricchezza non è quella che i sette nani estraggono col piccone dal ventre avaro di madre Terra, ma quella che gli uomini producono creando valore aggiunto, quindi alla fine non importa se dietro un pezzo di carta c'è una barra di metallo luccicante, ma se c'è una potenza imperiale - e industriale!...).

Non è una piccola differenza: nel medio periodo saremo tutti morti (e la NIIP degli USA dovrà aumentare, perché tutti vorranno titoli in USD: afflusso di capitali uguale peggioramento della NIIP). Nel lungo il dollaro scivolerà, perché nel lungo comandano i fondamentali, comunque peggiori che nel 1971.

Amen.


Aspettiamo sereni (soprattutto in Germania) i prossimi accordi del Plaza.


A.

#famoerpartito

...dunque: er partito nun lo famo (anche se la qualità di chi me lo chiede si sta progressivamente e vertiginosamente innalzando: il che, peraltro, implica che potranno fare a meno di me), ma le correnti le abbiamo già fatte. Se spogliate le schede di votazione del Keynes award vedrete che ha stravinto il migliore (sono ovviamente phiero di voi). Constaterete tuttavia la presenza di una corrente di minoranza, lo MPF, che non è il Monte dei Paschi di Siena nella pronuncia di un nostro indimenticabile compagno, ma il "Movimento per la filologia", noto anche come "Morti per la figa". Vi aderiscono quelli che hanno preferito Sophie Gent, ovvero il primo video.

Eppure, se la guardate alla luce (perché al buio tutte le flautiste sono nere), vi rendereste conto, gentili utenti di questo blog diversamente non sessista, che anche Anna Besson un suo perché ce l'ha:


E ora torno alla ASN...



(...il Giardino Armonico è troppo anni '80, daje, su!... A me piace di più il loro Seicento. Ad esempio, cliccate qui, e sentite quando è misolidio il cembalista...)

domenica 27 novembre 2016

Oggi...

...Uga voleva fare qualcosa: andare dai nonni, fare una passeggiata. Non chiede mai niente (patent pending). Come si fa a dirle di no?

Così le ho proposto di andare a pattinare, e l'ho portata all'auditorium. Io mi son portato il PC, mi son seduto su una panchina, e ho messo ordine nelle varie domande per l'ASN. I misteri gaudiosi della burocrazia...

Ad esempio: ai sensi dell'art. 5 del D.M. 7 giugno 2016, n. 420:


dove l'allegato A elenca:


(nota: io sono in un settore "non bibliometrico", ma ai fini dei "titoli" - cioè non della valutazione delle pubblicazioni - questo non cambia molto).

Le commissioni si sono infine riunite, e così da pochi giorni sappiamo in base a quali criteri verremo valutati, tenendo presente che naturalmente nessuno di noi (ovviamente nemmeno i commissari), quando ha iniziato la sua carriera, sapeva che un giorno elementi quali la partecipazione a un collegio di docenti (célo) o la direzione di un comitato editoriale (manca) sarebbero state considerate dirimenti per la carriera. Si pensava di dover fare ricerca e pubblicare, e quella dire che l'ho fatta, considerando che la mia valutazione di impatto è sopra a tutti gli indicatori previsti dall'Allegato D (quello cui rinvia l'Allegato A...):


Per darvi un'idea, considerando le varie pubblicazioni "eleggibili" (come dice il sito del ministero, traducendo "eligible", che in italiano significa "idoneo": lasciamo perdere...), i vari "valori soglia" dei settori disciplinari economici (di area 13), io sono sopra a tutte e tre le soglie in tutti i settori:


Peraltro, un ringraziamento va a voi, perché come sapete a me questa roba interessa poco, e senza l'assillo di come farvela capire avrei prodotto molto meno (perché paradossalmente ho fatto di più negli ultimi anni, quando avevo meno tempo per farlo...).

Aspettavo quindi i titoli per capire come andava la faccenda. Per darvi un'idea, in Economia Politica è stato fatto un lavoro molto specifico:

Notate che non vengono considerati i criteri di cui ai punti 10 e 11 dell'allegato A, e questo ha ovviamente un senso, dato che Economia Politica tende a vedersi come settore volto alla scienza "pura" (in contrapposizione con quella "applicata"). Comunque, alla fine, la commissione specifica che le cose stanno così:


Io sono sopra tre indicatori e ho almeno cinque titoli, quindi la condizione necessaria c'è. Poi bisogna vedere se quello che ho scritto è di qualità elevata, e bisognerebbe vederlo prima che sia il tempo a giudicarlo! (ma le commissioni si sono date tempo fino a marzo).

Voi direte: ma tu che c'entri con Economia Politica? Bè, un po' c'entro! Il mio primo articolo in Classe A è stato proprio su Economia Politica (rivista del Mulino). E poi, così toglierei le giornaliste dal dolce imbarazzo di ricordarsi che in effetti attualmente insegno Politica Economica...

Quanto a Politica, la situazione è questa:

con la precisazione che:

Quindi, per restare nel mio settore è necessario che abbia fatto almeno tre delle dieci cose che la commissione ha stabilito. Necessario, naturalmente, non significa sufficiente, e questo noi lo capiamo (molti nostri interlocutori no).

Comunque, insomma, esco con Uga e mi siedo su una panchina, mentre lei pattina, ravanando nel mio hard disk alla ricerca delle tracce del mio multiforme operato. Poi lei si stanca, il laptop anche, e andiamo a fare la spesa. Torno a casa, porto la spesa in cucina, metto tutto a posto, metto su la pentola del brodo, do ar Palla il sacco della spazzatura da buttare, pulisco la pattumiera, poi mi accorgo che mancano i sacchi della spazzatura, e scendo a comprarli.

E chi trovo nell'ascensore?

Ma... è lui o non è lui?

Certo che è lui! Il mio PC, dimenticato, che mi aspettava da venti minuti in un cantuccio.

Ora: chi mi conosce mi evita, certo, ma soprattutto sa che sono piuttosto attaccato a lle mi' hose... C'est purement éthnique, d'altra parte! Ultimamente al mio esiguo ma agguerrito staff è capitato più volte di riportarmi il telefonino dimenticato sul banco del bar o elsewhere in giro per il mondo. Ma di dimenticarmi un PC è veramente la prima volta che mi capita. Il motivo temo sia ovvio: come direbbe er Palla, "me dà ar cazzo" dover ancora far domande. Dovevo pensarci prima, e farle prima: bussate e vi sarà aperto! Se supero l'asticella ora che "the bocconians" l'hanno alzata (ma è alta?), l'avrei superata tanto meglio prima, e ora avrei un pensiero di meno. La verità è che a me della carriera non me n'è mai fregato niente, e i motivi per i quali invece ora mi interessa non hanno nulla a che fare con me, e hanno invece molto a che fare con voi.

Bene: vado a cucinare...


(...condizione necessaria perché si faccia il partito è che il blog vinca ai MIA16. Se non hai votato e sei un qualcosista, sappi che è colpa tua...)